LA MIA PIÙ GRANDE STORIA D’AMORE (SENZA CHAT)

Stavi sul palmo di una palmo, eri giallo come un pulcino, con il pelo umido, leccato attorno al corpo, e una minuscola macchia bianca in mezzo alla fronte. Così ti ho visto la prima volta. Solo a mia mamma ho osato sussurrare piano quanto fossi bello. Dalla cucciolata mi era stato assegnato un altro neonato, che non eri tu. Scuro, quasi nero, lo avrei chiamato Marzio, il tuo fratellino. La mia psicologa dice che se al mio posto ci fossi stato tu, con il tuo caratterino volitivo, avresti battuto la zampa e affermato “Io voglio lei”. Io non l’ho fatto, non ho mai avuto la tua determinazione imperiosa, la tua indole da mastino in un corpo da peluche.

Si vede che eravamo comunque destinati a stare insieme: tu ed io, io con te.

Per oltre 16 anni, insieme, in un rapporto che si faceva sempre più simbiotico, in cui tu diventavi giorno dopo giorno parte non solo della mia vita, ma di quello che ero e che sono.

Mi posizionavo nel mondo e tu eri lì nella mia orbita, se non ti vedevo, ti percepivo, e stavo in pace. La stessa cosa valeva per te: fuori dal tuo radar per troppo tempo non ci sono mai potuta stare. Se la doccia diventava troppo lunga ti ritrovavo lì, sdraiato sulle ciabatte fuori dal box. Non capivi come mai fossi uscita di casa di corsa? Mi aspettavi seduto di fronte alla porta. Se ti svegliavi la mattina dopo di me, subito perlustravi i 50 metri quadri di casa, toccando tutti i punti in cui avrei potuto essere.

Ci siamo amati, tanto

Io provavo un piacere fisico solo nel guardarti negli occhi, tenerezza al solo pensiero del tuo piccolo corpo, ansia e attesa per la voglia di stare con te quando eravamo lontani un po’ più a lungo.

Mi hai cercata, in quel tuo modo a volte schivo, a volte selvatico, che troppe carezze insieme erano belle ma intollerabili.

E ti ho amato così, riluttante alle coccole, indomito, selvaggio, ribelle, anche ai miei gesti di cura, rivoltoso nei confronti del veterinario.

Ci siamo fatti male, tanto

Quando ero nervosa e arrabbiata e me la prendevo con te, perché non facevi quello che mi aspettavo tu facessi.

Quando eri suscettibile e incazzoso, perché facevo un gesto che mal interpretavi o che ti indispettiva. Anche solo toccarti troppo a lungo. Mi piacerebbe portare addosso oggi i segni di una tua morsicata: sei stato troppo delicato.

Mi ha fatto male vederti stare male, a più riprese, oltre due anni difficili gli ultimi, in cui hai lottato come un leone e in cui ho sentito ogni volta tutta la vita che vibrava dentro di te e che ci dava la motivazione per andare un passo oltre, insieme.

Ci siamo divertiti

Mi hai assecondata nel giocare a nascondino fino alla scorsa primavera, anche se forse non ti divertiva più così tanto, anche se forse non capivi più fino in fondo cosa ci facessi accucciata dietro la tenda della camera.

Ci siamo letti nel pensiero

Da quella volta da cucciolo, a una specie di corso di educazione a cui eravamo iscritti. Io e te distanti in un campo. Ci guardavamo negli occhi, tu attento a un mio segnale, a una qualsiasi mossa, io pronta a raccogliere le tue reazioni.

Da allora è stato così.

A volte ho fatto cilecca, non ho capito cosa volessi, se e quanto stessi male, soprattutto nell’ultimo periodo. Ho cercato di sentirti però, ogni minuto, ogni momento. E a volte sembrava così chiaro, cosa volessi, non era importante usare la stessa lingua o lo stesso linguaggio. Insieme, eravamo oltre.

Ci siamo fatti bene

Tu a me tantissimo. Prendermi cura di te è stato un po’ prendermi cura di me, soprattutto in quest’ultimo anno di semi-clausura, io e te insieme in una mansarda che sembrava sparata nel vuoto cosmico in certi giorni di fiero e forzato isolamento. Volere bene a te ha fatto tanto bene a me.

Dovrei dire ora: ci siamo insegnati tanto

Ma non è così. Tu hai insegnato tanto a me, tutto ciò che è importante.

Che è bello dividere la propria vita con un’altra persona (come eri tu), rispettando i reciproci spazi e le diversità.
Che l’essere umano è essere senziente tra altri esseri senzienti. Nulla di più, nulla di meno.
Che si può comunicare anche senza usare le parole, si passa a un livello altro, e forse superiore.
Che si può essere piccoli e fragili, ma caratterialmente tosti e fortissimi e intrepidi e magnifici.
Che c’è amore, tanto amore, che si può dare e ricevere.

Che ti ho amato tanto l’ho già scritto, vero? Ti amo ancora, sempre, per sempre.

È stato solo amore
Sarà solo amore
Oltre questa soglia
Che ci separa
E che ci unisce.

Ciao, mio leone. Sei nel vento, nell’aria, sei nell’azzurro. E un po’ anche io, con te.

(Al mio Benji, 26 novembre 2004 – 10 marzo 2021)

♠ In copertina: “Il re leone”, Jon Favreau, 2019.

 

  • Categoria dell'articolo:Racconti

Questo articolo ha un commento

  1. ecridi

    Ecco… Esatto. Io gli dicevo sempre al mio peloso tesoro che era una bellissima personalità. Ma a volte mi scappava “persona”.
    Ci fanno sentire semplici, tra le altre cose: perché dietro al loro sguardo, c’è spesso una saggezza istintuale che non potremo mai raggiungere.

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