DATING ONLINE, QUANDO SVENTOLANO LE RED FLAG

Red flag, bandiere rosse, segnali inequivocabili, netti, decisivi che ci fanno mettere in dubbio la possibilità di portare avanti una relazione o una frequentazione.

Quali sono le possibili red flag? È bene prestare loro attenzione o meglio lasciare correre e attendere il corso degli eventi?

Vi racconto la mia ultima esperienza. Let’s go. 

Quando ho smesso di essere Terminator?

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Siamo sicuri che è lei quella che avevano soprannominato Terminator? (da “Il grande Lebowski”, Joel ed Ethan Coen, 1998)

 

Devo tornare a meritarmi il soprannome che mi era stato appioppato alle superiori. Rispolvero la memoria a voi, e a me soprattutto. Terminator. Sì, Terminator, perché di fondo non mi andava bene niente e nessuno. Perché facevo fuori tutti (si intenda contestualizzato alle relazioni pseudo-sentimentali e in senso metaforico). Ah, Leopardi è uno sfigato? Non fai per me. Ah, nel lontano 1997 hai preferito andare a giocare a calcetto che guardare l’ultimo episodio di X-Files la domenica sera in seconda serata? Non fai per me. Ah, hai deciso di trasferirti dall’Accademia di Belle Arti alla facoltà di Ingegneria nucleare perché pensi di avere più possibilità di trovare un lavoro remunerato? Non fai per me.

Fuori, fuori, fuori.

Questa era la mia realtà dei fatti e della vita a vent’anni. Tutti fuori, io (e poche altre persone) sola dentro. Con il passare degli anni questa posizione (giusto un po’) dicotomica si è affievolita. Forse troppo, mi viene da pensare. Mi sento sempre più incline a dare spazio, a offrire opportunità, a concedere tempo. E forse a perderne io. Perché in fondo, prima o poi, la conclusione resta la stessa. 

La verità è che mi sono rammollita, che nel chiamarmi io fuori a tempo record da una frequentazione manifestavo un’intransigenza anarchica, è vero, ma anche la purezza di un legame con il canale intuitivo, a cui, ora come ora, credo sempre, ma lasciando aperta la strada al dubbio. 

Vi racconto i fatti. Sì, la premessa è lunga ma in questo pezzo parliamo di red flag, e ho tutta l’intenzione di esaurire l’argomento.

Se una sera di maggio una utente di Tinder ricomincia a divertirsi, chattando

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Sì, racconteremo che ci siamo conosciuti al supermercato (da “Il grande Lebowski”, Joel ed Ethan Coen, 1998)

 

Una sera di maggio succede che mi rifaccio prendere la mano da una chat su Tinder. Che, come una volta, a volte, poche volte, succede che gioco senza pensare ad altro che al gioco. E mi diverto. Dopo un primo messaggio con Jacopo, gli altri si rincorrono, uno dietro l’altro. Non c’è bisogno di affannarsi a pensarli, a cercarli, ad acciuffarli. Arrivano: non c’è bisogno neanche di decidere di cosa parlare, perché non è importante il tema, ma il parlarsi, il giocare, lo stare lì, in quella conversazione.

Mi diverto al punto che quella persona con cui gioco la voglio conoscere. Succede che quella persona la vedo.

E che quando la vedo un sacco di immagini confuse si sovrappongono l’una all’altra. Un ragazzino con i capelli lunghi raccolti in una coda, perennemente vestito di nero. Una battuta ironica, sentita un giorno sul treno a 15 anni, che mi aveva fatto sorridere. Un giovane uomo schivo che transitava misterioso per la biblioteca della mia città, dove trascorrevo i pomeriggi adocchiando il biondo del mio cuore studiando indefessa.

Immagini confuse e un mix ossimorico di familiarità ed estraneità. Quella persona incontrata su Tinder io l’ho già vista più e più volte, e ogni volta che l’ho vista mi è sembrata lontana, distante, altra da me, in qualche modo respingente. Quello sconosciuto incrociato online ha condiviso con me per anni lo stesso fazzoletto di strade, le stesse scuole dell’obbligo, lo stesso oratorio, lo stesso ambulatorio medico, la stessa Università, la stessa biblioteca.

Tutte le mie frequentazioni, o quasi, si sono sviluppate con persone che avevano a che fare con la scrittura e con le parole. A tutte le persone che ho frequentato ho chiesto a un certo punto, travisando una passione e una predisposizione con la provenienza scolastica: “Tu hai fatto il classico, vero?”. Insomma, il tipo che ha fatto il liceo classico l’ho sempre visto un po’ come un feticcio. Ero certa avrei avuto un’intesa pazzesca con un tipo che aveva scelto di studiare greco antico a 14 anni. Embè alla fine l’ho trovato su Tinder il tipo che aveva scelto di studiare greco antico a 14 anni. Anche se abitava a 100 metri da me.

E com’è andata? Male, ça va sans dire.

Sul ponte sventolano mille e mila red flag

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Take me as I am (da “Il grande Lebowski”, Joel ed Ethan Coen, 1998)

 

Ecco un esteso, ma non esaustivo, elenco delle red flag che mi sono sventolate di fronte agli occhi in questi mesi. Ho provato a fare finta niente, a mettere il bavaglio a Terminator. Ma il “non fai per me”, che avrei dovuto praticare dopo la prima uscita, è diventato realtà concreta, e più dolorosa, qualche mese dopo.

  • In una chat, o in una qualsiasi conversazione, si sta in due. Se l’altr* te lo devi portare a strascico… No, non funziona
  • La conversazione non è energizzante, perché sbilanciata (conseguenza del primo punto). Esempio: a un tuo messaggio di dieci righe risponde con una emoticon
  • Bello scherzare, ma ancora più bello il momento in cui ci si confronta, si dialoga, ci si racconta, ci si apre uno all’altra
  • Non ti domanda nulla, non è interessato alla tua vita, alla tua famiglia, alla tua storia, alle tue esperienze, a ciò che ti anima
  • Non alimenta un dialogo. Anzi, fa cadere ogni proposta, ogni avvio di racconto, ogni idea, ogni opinione. Esempio 1: esprimi un’opinione sul film che avete appena visto e ti snobba, chiude subito con una battuta. Esempio 2: racconti un episodio a te molto caro ed esaurisce la risposta in poche lettere
  • Non vuole giocare. Di qualsiasi gioco si tratti, l’attività ludica e codificata da regole proprie (anche assurde) è parte fondante di una relazione, per come piace intenderla a me
  • Non ti nutre, non ti coltiva come il Piccolo Principe fa con la rosa, proponendo attività da fare, scambiando idee, stimoli letterari, musicali, artistici.
  • Quando esterni un’opinione o un sentimento, ti trovi a temere una sua reazione. Esempio: vedi il nome della sua “ex” sul citofono di casa. Si indispone se esprimi una preoccupazione, una paura, un dubbio (a sort of gaslighting). 
  • Non ti guarda negli occhi quando ti parla
  • Vuole da te risposte (“Che musica ascolti? Vediamo se non sei troppo tamarra”) ma non te ne dà (“Ci sarebbe troppo da dire sui miei gusti musicali…”)
  • Subordina la possibilità di vedersi alle condizioni meteorologiche: “Questo freddo mi distrugge”
  • Non senti l’altra persona gioire per una tua gioia, piccola o grande che sia
  • Non ti senti accolt*, ascoltat*, degn* di attenzione, nella posizione di poterti aprire, raccontare, chiedere senza imbarazzo e senza paura di essere giudicat*
  • Non senti connessione emotiva, non vibrate al suono della stessa musica
  • Fate delle attività insieme, ma senti che non siete un insieme. Non riconosci un “noi”, un’entità unica, originale, identificabile (anche in amicizia si può avere percezione del ‘noi’)
  • De-romanticizza qualsiasi momento. A letto parla di politica locale. Nulla di più desolante. E ve lo dice una che si è occupata di cronaca locale per otto anni
  • Ha un’idea elitaria del mondo, per cui chi ha una certa cultura rientra nelle sue grazie, per le altre persone non c’è speranza (una concezione che farebbe la gioia dei miei genitori, ex operai con una figlia laureata in Lettere).

Ecco, questa è una piccola piccolissima lista di situazioni vissute in questi mesi, quando ho messo a tacere Terminator e ho pensato a vivere il momento, cercando di capire dove mi avrebbe portata. A darmi della scema, ecco dove mi ha portata. Ma anche a stare molto attenta a cosa gradisco e cosa no, a come voglio essere trattata e come invece non devo permettere di farmi trattare.

Cosa chiedere a una relazione: sentire, essere, potere

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Sentire, essere, potere (da “Il grande Lebowski”, Joel ed Ethan Coen, 1998)

 

Sintetizzo qui in positivo. In ciascuna relazione o frequentazione dobbiamo…

Sentire

Sentirci ascoltati, accolti, capiti. Mai in difetto, troppo emotivi, troppo ignoranti, non abbastanza

Essere

Essere noi stess*, liber* di esprimerci, di sbagliare, di manifestare il nostro io, di confrontarci, anche di dissentire

Potere

Il potere della forza e della vulnerabilità insieme, intrinsecamente legati in ciascuna persona.

La questione principale è una: una relazione sana deve prevedere apertura, ascolto, curiosità verso l’altra persona, un dialogo costruito su cura e attenzione, la voglia di tornare occhi negli occhi, pelle a pelle, cuore a cuore. Mente a mente. Nonostante le difficoltà, le incomprensioni, gli scazzi, i problemi di ogni giorno. 

E, dunque, è andata male anche stavolta. È finita tra benching (messa in panchina, in attesa), breadcrumbing (nutrita a briciole di messaggi smozzicati di tanto in tanto), orbiting (mai far mancare la visualizzazione di una storia o il like a un post Instagram), gaslighting (“Ti lamenti pure? Pirla!”).

Se queste parole vi dicono poco, vi segnalo l’articolo: Dating, il glossario (non definitivo).

Be’, ma ben cinque mesi spesi dietro a ‘sto bruto, potreste domandarvi. Why?

Per il senso di familiarità che emanava, nonostante l’estraneità
Per quell’ironia ricamata di tenerezza, che è sempre stata sua
Per il gusto per l’assurdo
Per tutto quello che intravedevo sotto la superficie e a cui non mi sono mai potuta avvicinare
Per l’originalità di un nuovo sguardo sul mondo
Per il tenersi per mano per strada
Per la sua gatta bellissima, schiva, goffa e puffosa
Perché ho deciso di stare nel malessere, e capire come e se si sarebbe evoluto.

Penso di essere una persona estremamente consapevole, e lo sono, eppure ugualmente può capitare di frequentare persone dotate di poca empatia, poco inclini al dialogo, se non in un contesto relazionale in cui sono iper-interessate e coinvolte. Detto in altre parole: a Jacopo non gliene fregava molto, non rappresentavo un’attrattiva abbastanza succulenta per darsi un po’ di più, per esercitare quel rispetto e quell’empatia che riserva certamente ad altre persone che pone a un livello ben superiore.

È andata davvero male anche stavolta? A questo punto mi aspetta il lazzaretto, una sosta a Fatima, un’ospitata a Voyager – Ai confini della conoscenza, una testimonianza a Chi l’ha visto, un’esperienza di pirobazia, cioè camminata sui carboni ardenti. Il cammino di Santiago basterebbe a uscire da questa spirale di incontri che non mi portano dove vorrei davvero?

No, è andata benissimo, perché anche questa volta, anche grazie Tinder, non ho ‘vinto’ nulla ma ho imparato un sacco. Ho imparato che valgo e vado bene così come sono, che ho un sacco di risorse e di cose belle da offrire e che avrei tutto il piacere e la voglia di condividerle con un’altra persona, sullo stesso piano, in equilibrio, percependo forte un’identità comune, quel “noi” di cui parlavo prima, e un’intesa che prima di intellettuale e fisica deve essere emotiva. Essere mossi dalla stessa energia, percepire il mondo in sintonia.

Così giusto per chiudere con qualcosa di bello, vi lascio qui anche l’articolo Partner ideale? Ecco le 9 caratteristiche.

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Cosa ne pensate? Cosa sono le red flag per voi? Avete mai visto sventolare forte qualche bandiera rossa durante una relazione o frequentazione?

Per approfondire, ecco un interessante articolo uscito su The Wom: Red flag in una relazione: le 13 domande da farti se vuoi davvero riconoscerle.

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